Il Bit del Mercoledì
Salvare prima che sparisca: il digital twin in zona di guerra
Il 18 agosto 2015, a Palmira, i miliziani dell’ISIS decapitarono pubblicamente Khaled al-Asaad.
Aveva 81 anni. Per quarant’anni era stato il direttore del sito archeologico e del museo della città. Quando era diventato chiaro che l’ISIS stava per arrivare, aveva scelto di restare. Lo avevano torturato per mesi cercando di sapere dove fossero nascoste le opere del museo. Non aveva parlato.
Il sacrificio di Khaled al-Asaad non è rimasto invano: ha contribuito a motivare un’azione di memoria collettiva finalizzata a ricostruire almeno digitalmente il patrimonio materialmente perduto.
Questa puntata parla di quelle persone. E di quella corsa.
Quando il tempo è il nemico
Il digital twin che abbiamo raccontato nelle scorse settimane, quello del Colosseo, quello di Pompei, nasce in contesti di relativa stabilità. C’è tempo, ci sono fondi, ci sono équipe di specialisti. Il lavoro può durare anni.
In zona di conflitto, tutto questo non esiste. La finestra è stretta, spesso imprevedibile, a volte pericolosa. E la domanda non ècome digitalizzare al meglio, ma cosa riusciamo a salvare prima che sparisca.
Il traffico illecito di beni culturali può avere un impatto devastante e irreversibile sul patrimonio: distrugge parti della nostra memoria collettiva e priva l’umanità di testimonianze della sua storia. Le zone di crisi e di conflitto sono particolarmente a rischio.
La distruzione del patrimonio in guerra non è mai accidentale. È quasi sempre intenzionale. Cancellare i monumenti significa cancellare l’identità di un popolo — privarlo della narrazione su cui costruisce il senso di sé. L’intervento a tutela del patrimonio culturale si impone come necessario per restituire ai cittadini delle aree di conflitto una parte fondamentale della loro vita, identità e fonte di ricchezza sia culturale che materiale.
La risposta: digitalizzare prima, non dopo
Di fronte a questa urgenza, negli ultimi anni si è sviluppato un approccio preciso: non aspettare che il danno sia fatto, ma documentare i sitimentre sono ancora in piedi, creandone un archivio digitale che sopravviva anche se il sito fisico viene distrutto.
La startup francese ICONEM, esperta nella digitalizzazione 3D di siti a rischio, ha realizzato “Syrian Heritage”, il più grande database di dati 3D di siti archeologici siriani mai costruito, in collaborazione con la Direzione Generale delle Antichità e dei Musei Siriani. Il conflitto in corso dal 2011 aveva danneggiato o devastato numerosi siti, tra distruzioni volontarie da parte di gruppi terroristici, saccheggi e menomazioni legate agli scontri.
Il metodo era semplice nella logica, complesso nell’esecuzione: formare i team locali, gli archeologi siriani già sul campo, all’uso degli strumenti di digitalizzazione 3D, e avviare una campagna sistematica di documentazione dei siti più a rischio.
Parallelamente, il progetto collettivo open source REKREI ha consentito di digitalizzare in 3D decine di reperti distrutti o rubati dall’ISIS durante la crisi in Siria. Un archivio distribuito, aperto, costruito dal basso, dove chiunque avesse fotografie di un sito poteva contribuire ai modelli ricostruttivi.
L’Ucraina e la lezione del presente
Non è una storia chiusa. È una storia in corso.
Dal febbraio 2022, il conflitto in Ucraina ha aggiunto un nuovo capitolo drammatico a questo tema. Dall’inizio dell’offensiva sono stati danneggiati 329 siti culturali, secondo i dati UNESCO. Tra questi, la Cattedrale di Santa Sofia di Kiev, forse il sito ucraino più identitario inserito nella Lista del Patrimonio dell’Umanità.
La risposta internazionale questa volta è stata più rapida. L’Italia ha messo a disposizione dell’Ucraina il software e le competenze dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio, per inserire nelle banche dati italiane i beni culturali ucraini a rischio e costruire un censimento preciso di tutti i siti più esposti.
Un archivio digitale come forma di protezione diplomatica e legale, oltre che culturale. Se un bene è documentato, la sua distruzione è provabile. E sempre più spesso, la distruzione intenzionale del patrimonio culturale viene perseguita come crimine di guerra.
Il paradosso della ricostruzione
C’è però un punto su cui vale la pena fermarsi e che la comunità internazionale non ha ancora risolto.
Quando un sito viene distrutto e poi, anni dopo, si tenta di ricostruirlo, il gemello digitale diventa la base di partenza. Ma ricostruirefisicamente un sito sulla base di un modello digitale è un’operazione carica di rischi.
Il progetto di ricostruzione della moschea di an-Nuri a Mosul, approvato da UNESCO e Iraq, ha suscitato polemiche accese: secondo il direttore dell’Iraqi Architectural Heritage Preservation Society, il progetto vincitore rischia di mettere a repentaglio l’integrità e il significato storico originario della moschea, proponendo soluzioni architettoniche lontane dall’aspetto originario del sito.
La domanda è antica quanto il restauro stesso: quando ricostruiamo, stiamo restituendo un luogo alla sua comunità, o stiamo costruendo una copia che tradisce l’originale? Il digital twin è uno strumento potentissimo, ma non risponde a questa domanda. La risposta resta umana, politica, culturale.
Una questione di priorità
Guardando l’insieme di questi progetti, Siria, Iraq, Ucraina, emerge qualcosa che mi colpisce molto.
La tecnologia di digitalizzazione che oggi usiamo per proteggere i siti in guerra è la stessa che usiamo per studiare Pompei o monitorare il Colosseo. Le competenze sono condivise, gli strumenti sono gli stessi. Quello che cambia è l’urgenza e la disponibilità a usarleprima che sia troppo tardi.
Il vero problema del patrimonio in zona di conflitto non è tecnologico. È di priorità. Digitalizzare un sito a rischio costa risorse, tempo, coordinamento internazionale. E nella gerarchia delle emergenze umanitarie, i monumenti vengono quasi sempre dopo.
Eppure Khaled al-Asaad ha scelto di restare a Palmira sapendo quello che rischiava. Qualcosa, in quella scelta, ci dice che i monumenti non sono solo pietre. Sono la ragione per cui alcune cose vale la pena custodire, anche quando costa tutto.





