Il Bit del Mercoledì
La Pompei che non abbiamo mai visto: scavare senza toccare
C’è una scala monumentale in pietra che sale verso il nulla.
Si trova nella Casa del Tiaso, nel cuore della Regio IX di Pompei. Una scala larga, imponente, costruita chiaramente per qualcosa di importante e che oggi finisce nel vuoto, tagliata dai secoli e dal crollo di tutto ciò che stava sopra.
Gli archeologi che la studiano si sono posti una domanda semplice, nella sua brutalità:a cosa portava?
Per rispondere, non hanno scavato. Hanno aperto un computer.
Il problema che nessuno racconta di Pompei
Quando si parla di Pompei si parla quasi sempre della stessa storia: l’eruzione del 79 d.C., i calchi dei corpi, gli affreschi miracolosamente conservati, le ultime scoperte emerse dalla cenere. È una storia vera e meravigliosa. Ma nasconde un paradosso che gli addetti ai lavori conoscono bene.
Pompei è stata scavata, in modo discontinuo e spesso caotico, a partire dal 1748. Generazioni di archeologi, con metodi, strumenti e sensibilità molto diversi, si sono succeduti sullo stesso sito. Molti dati degli scavi più antichi sono andati persi, mal documentati o irrecuperabili. E soprattutto: quello che resta in superficie è solo una parte della città. I piani superiori degli edifici, quelli dove si svolgeva molta della vita quotidiana, sono quasi tutti crollati.
Scavare con gli occhi, non con le mani
Negli ultimi anni a Pompei si sta affermando un approccio che ribalta la logica tradizionale dell’archeologia: invece di portare alla luce ciò che è sepolto, si ricostruisce digitalmente ciò che è andato perduto.
Il progetto POMPEII RESET, nato dalla collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei e il Dipartimento di Archeologia Classica dell’Università Humboldt di Berlino, è un progetto di ricerca non invasivo: nella prima fase documenta digitalmente ciò che è stato conservato degli edifici attraverso modelli tridimensionali; nella seconda fase ricostruisce ciò che è andato perduto tramite tecniche di ricostruzione digitale e simulazione virtuale.
Non si tocca nulla. Non si rischia di danneggiare strutture fragili. Non si distrugge il contesto stratigrafico di uno strato che forse contiene ancora informazioni preziose. Si osserva, si misura, si modella e poi si ipotizza.
La scala che portava a una torre
Torniamo alla Casa del Tiaso e alla sua scala senza sbocco.
Grazie a rilievi 3D e ricostruzioni digitali, il gruppo di ricerca sta creando un vero gemello digitale della città antica per capire come si articolavano gli spazi domestici e come la verticalità degli edifici riflettesse i rapporti sociali.
Il risultato? La scala monumentale, apparentemente senza sbocco, ha fatto nascere l’ipotesi di una domus dotata di torre, una struttura alta e simbolica, forse usata per osservare la città, il golfo e persino il cielo stellato. Una soluzione architettonica che ricorderebbe le ville dei patrizi romani, in cui le torri rappresentavano potere e prestigio.
È un’ipotesi, non una certezza. Ed è proprio qui che il digitale diventa interessante: il metodo scelto garantisce una rappresentazione precisa dei reperti tramandati nel modello 3D, distinguendo in modo chiaro tra ciò che è stato conservato e ciò che viene ricostruito per via ipotetica. Il confine tra fatto e interpretazione è visibile, esplicito, onesto.
Il gemello digitale come macchina del tempo
C’è però un altro progetto che va raccontato, più operativo e quotidiano nel suo approccio.
Il team del progetto I.14, lo scavo di un intero isolato nella zona sud-orientale di Pompei, ha costruito un gemello digitale che funziona come una macchina del tempo per gli archeologi stessi. Utilizzando ArcGIS Online, il team ha creato una scena web che consente ai partecipanti di rivisitare virtualmente le fasi precedenti dello scavo, rivedere come appariva un ambiente prima di essere portato alla luce, strato dopo strato, usando strumenti digitali che trascendono i metodi archeologici tradizionali.
Questo cambia profondamente il modo di lavorare. In passato, ogni scavo era irreversibile: una volta rimosso uno strato, quel contesto era perduto per sempre. Oggi il gemello digitale conserva ogni fase, ogni livello, ogni decisione. Un errore di interpretazione può essere rivisto. Una domanda che nasce anni dopo può trovare risposta tornando virtualmente indietro nel tempo.
Come ha detto Allison Emmerson, responsabile del progetto I.14: “La tecnologia che abbiamo introdotto rende il nostro lavoro molto migliore. Ci consente di contestualizzare ciò che stiamo trovando in modi che non potevo immaginare dieci anni fa.”
Verso la Pompei che non abbiamo mai visto
Il progetto POMPEII RESET è appena all’inizio, ma apre una direzione che nei prossimi anni potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui leggiamo i siti archeologici.
Il passo immediato è completare la ricostruzione verticale della città, restituire quella Pompei dei piani superiori che non abbiamo mai visto, casa per casa, isolato per isolato. Ma il potenziale va ben oltre.
Immaginate un gemello digitale che integra non solo la geometria degli edifici, ma anche i dati degli scavi storici, compresi quelli ottocenteschi, oggi mal documentati, rielaborati con intelligenza artificiale per riempire i vuoti e proporre ipotesi ricostruttive verificabili. O un sistema che, combinando sensori ambientali e modelli predittivi, segnala in tempo reale quali strutture sono a rischio di degrado ulteriore, indirizzando gli interventi conservativi dove servono davvero.
C’è poi una frontiera ancora più ambiziosa: la simulazione sociale. Alcuni gruppi di ricerca stanno esplorando la possibilità di usare i dati spaziali e materiali dei siti per modellare i flussi di movimento delle persone, le gerarchie abitative, i rapporti tra spazi pubblici e privati. Non ricostruire solo i muri, ma ipotizzare come ci si muoveva dentro.
Pompei, in questo senso, è il laboratorio ideale. È un sito abbastanza grande da essere rappresentativo, abbastanza documentato da avere una base solida, e abbastanza ricco di domande ancora aperte da giustificare decenni di lavoro digitale. La città è stata fermata dal Vesuvio in un istante del 79 d.C. La tecnologia, lentamente, la sta rimettendo in movimento.





