Il Bit del Mercoledì
Misurare il Colosseo: 208.530 fotografie e due anni di pazienza
C’è una frase dell’VIII secolo che continua a girare. La scrisse Beda il Venerabile, un monaco britannico che non aveva mai visto Roma, eppure capiva qualcosa di essenziale:“Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma.”
Oggi potremmo aggiungere un pezzo: finché esisterà il gemello digitale del Colosseo, esisterà anche la nostra capacità di proteggerlo.
Ma costruire quel gemello è stato tutt’altro che semplice.
Il problema di misurare l’impossibile
Il Colosseo non è un edificio qualunque. È un monumento che ha quasi duemila anni, ha attraversato terremoti, saccheggi, incendi e secoli di abbandono. Le sue pietre non sono mai ferme: si dilatano e si contraggono col caldo, vibrano quando passano i bus turistici, accumulano umidità negli strati invisibili. Ed è frequentato, ogni singolo giorno, da circa 30.000 persone.
Come si misura qualcosa di così vasto, così antico e così vivo?
Per anni erano esistiti rilievi parziali: sezioni del monumento documentate durante singoli restauri, dati raccolti in momenti diversi con metodologie diverse, non confrontabili tra loro. Un primo sistema di informatizzazione in ambiente web-GIS esisteva già, sviluppato a partire dagli interventi sponsorizzati da Tod’s sulle facciate e negli ipogei. Ma mancava il quadro completo. Mancava il tutto.
Sei anni di preparazione, due anni di lavoro
La storia di questo progetto comincia prima di quanto si pensi. La svolta arriva nel 2019, quando una revisione del quadro economico consente di destinare oltre 848.000 euro al rilievo tridimensionale del monumento e 271.000 euro all’analisi della sua vulnerabilità sismica. Poi la pandemia, le procedure burocratiche, la definizione delle linee guida. Il bando viene pubblicato nell’agosto 2021 e vinto a dicembre. I lavori partono nell’aprile 2022 e si concludono nel dicembre 2024.
Due anni e mezzo di cantiere. Su uno dei monumenti più visitati del mondo.
La sfida tecnica era precisa e ambiziosa: la rete topografica doveva garantire che il 90% delle misure fosse inferiore o uguale a 2 mm di tolleranza, e mai superiore a 5 mm. Una sfida complessa su un “monumento vivo” frequentato da 30.000 persone al giorno.
E il cantiere doveva essere, per forza di cose, invisibile. Il lavoro è stato pensato come a basso impatto: montare e smontare in giornata, senza lasciare tracce.
I numeri che fanno girare la testa
Qualche dato per rendere l’idea della scala di questo progetto. Sono state scattate 208.530 fotografie, di cui oltre 15.000 da drone. Il risultato finale conta 10 modelli HBIM, 27.664 oggetti catalogati, 85 parametri specifici implementati e 6.361 link associati ai modelli.
Detto in modo più diretto: ogni singola pietra del Colosseo ha adesso una scheda digitale. Sa di che materiale è fatta, come è stata costruita, in che stato di conservazione si trova, se ha crepe e dove. Il modello integra dati morfologici, storici, costruttivi e conservativi in un unico ambiente interoperabile: un archivio dinamico delle strutture, aggiornabile nel tempo.
Non solo bellezza: il rischio sismico
C’è un aspetto di questo progetto che viene spesso dimenticato quando se ne parla, ma che lo rende davvero strategico.
Roma è una città sismica. Non è una questione di se, ma di quando. E il Colosseo, con le sue strutture millenarie, le sue asimmetrie accumulate nei secoli, i suoi materiali eterogenei, è un oggetto strutturalmente complicatissimo da analizzare.
Il progetto di rilievo 3D e modellazione HBIM è stato sviluppato anche con l’obiettivo di integrare dati strutturali utili alla futura valutazione della vulnerabilità sismica, un caso studio avanzato che combina rilievo digitale, codifica dei dissesti e modellazione informativa per supportare l’analisi strutturale del monumento.
Prima di questo gemello digitale, simulare il comportamento del Colosseo durante un evento sismico era quasi impossibile. Adesso, almeno, abbiamo una base da cui partire.
Cosa succede adesso?
Una cosa mi ha colpito, studiando questo progetto. Si parla molto dicome è stato costruito il gemello digitale del Colosseo e giustamente, perché è un’impresa tecnica straordinaria. Si parla molto meno di chi lo userà e come.
Il modello HBIM è, sulla carta, uno strumento per tutti: archeologi, architetti, restauratori, ingegneri strutturisti. Storici, archeologi, architetti, restauratori, diagnostici ed esperti di discipline diverse avranno a disposizione una base conoscitiva inedita per lo studio delle fasi storiche ed evolutive e per la conoscenza dello stato di conservazione delle superfici e delle strutture. Un archivio condiviso, interoperabile, aggiornabile.
Ma chi lo aggiorna, concretamente? Chi ha accesso? Chi decide cosa aggiungere e cosa no? Il progetto è finanziato con fondi pubblici significa che i dati sono pubblici? O restano dentro i server del Parco Archeologico, consultabili solo da chi sa come chiederli?
Sono domande che il progetto, almeno nelle comunicazioni ufficiali, non affronta ancora apertamente. E non è una critica: costruire lo strumento era già abbastanza difficile. Ma la vera scommessa del digital twin del Colosseo non è stata fatta in questi due anni di rilievo. Si gioca adesso, nel momento in cui qualcuno deve scegliere se questo gemello diventa un organismo vivo, aggiornato e accessibile, oppure rimane un risultato eccellente chiuso in un cassetto digitale.
La tecnologia ha fatto la sua parte. Tocca alle istituzioni fare la loro.





