Il Bit del Mercoledì
Non tutti i modelli 3D sono uguali
Nelle ultime settimane ho parlato molto di digital twin, di gemelli digitali, di modelli 3D applicati al patrimonio culturale.Pompei, il Colosseo, i siti in guerra. Ma questi modelli digitali, a cosa servono esattamente?
Perché dietro la parola “digitalizzazione” si nascondono in realtà due operazioni profondamente diverse, con obiettivi diversi, strumenti diversi e destinatari diversi. Confonderle è uno degli errori più comuni che si fanno quando si avvia un progetto di valorizzazione del patrimonio.
Le due operazioni si chiamano:modello 3D ricostruttivo e HBIM.
Il modello 3D: raccontare quello che non c’è più
Il modello 3D ricostruttivo nasce per comunicare. Il suo obiettivo è restituire visivamente qualcosa che non esiste più nella sua forma originale: un tempio romano di cui restano tre colonne, un affresco quasi illeggibile, una città medievale di cui sopravvivono solo le fondamenta.
È uno strumento di narrazione prima ancora che di documentazione. Serve al visitatore del museo che vuole capire come appariva il Foro Romano nel II secolo d.C. Serve al documentario televisivo che deve mostrare Pompei prima dell’eruzione. Serve alla mostra temporanea che vuole portare il pubblico dentro un luogo irraggiungibile, perché distrutto, perché inaccessibile, perché semplicemente troppo fragile per essere visitato.
In questo contesto, la precisione metrica è importante ma non è il valore principale. Quello che conta è la chiarezza comunicativa, la capacità di trasmettere un’idea di spazio, di scala, di atmosfera. Il modello 3D ricostruttivo ammette di fare scelte interpretative esplicite: dove i dati storici mancano, si ipotizza, si ricostruisce, si integra. L’importante è che queste scelte siano dichiarate e documentate.
Il destinatario finale è il pubblico. L’obiettivo è la fruizione.
L’HBIM: gestire quello che c’è
L’HBIM (Heritage Building Information Modeling) parte da un presupposto opposto. Non racconta quello che non c’è più. Rappresenta con precisione quello che esiste oggi, arricchendolo di dati.
Un modello HBIM non è una ricostruzione. È un archivio digitale tridimensionale. Ogni elemento del monumento, una colonna, un arco, una sezione di muratura, diventa un oggetto informatico con una scheda associata: materiale, tecnica costruttiva, epoca, stato di conservazione, interventi di restauro subiti, vulnerabilità strutturali, priorità di manutenzione.
Il destinatario non è il visitatore, è il restauratore, l’ingegnere strutturista, il funzionario della Soprintendenza, il team che deve pianificare il prossimo intervento di manutenzione. L’obiettivo non è la fruizione, ma la conservazione e la gestione nel tempo.
È esattamente quello di cui abbiamo parlato a proposito delColosseo: 27.664 oggetti catalogati, 85 parametri specifici, 10 modelli distinti. Non è un prodotto per i turisti. È uno strumento di lavoro per chi ha la responsabilità di tenere in piedi quel monumento per i prossimi cent’anni.
Quando ha senso fare l’uno e quando l’altro
La distinzione pratica è più semplice di quanto sembri.
Si fa un modello 3D ricostruttivo quando l’obiettivo è mostrare qualcosa a qualcuno. Una mostra, un museo, un sito web, un’applicazione per i visitatori, un documentario, un progetto educativo. Quando il valore sta nel racconto e nella capacità di coinvolgere un pubblico non specialista. Quando si vuole ricostruire una fase storica passata, restituire un’immagine perduta, far capire come era un luogo prima che il tempo lo consumasse.
Si fa un HBIM quando l’obiettivo è conoscere a fondo quello che esiste per poterlo gestire meglio. Quando si deve pianificare un restauro e si ha bisogno di sapere esattamente in che condizioni si trova ogni parte del manufatto. Quando si vuole costruire un archivio che sopravviva ai singoli interventi e accumuli conoscenza nel tempo. Quando il problema non è comunicare, ma decidere dove intervenire, con quale priorità, con quali risorse.
I due strumenti non si escludono. Spesso il progetto ideale li prevede entrambi, in fasi successive o parallele. Ma partono da domande diverse, costano in modo diverso e producono output che non sono intercambiabili.
L’errore più comune
Il problema nasce quando si confonde lo strumento con l’obiettivo.
Capita di vedere istituzioni che commissionano un modello 3D spettacolare per la comunicazione, investendo budget significativi, senza mai costruire un HBIM che permetta di gestire il bene in modo informato. Il risultato è un prodotto visivamente impressionante, che vive il tempo di una mostra o di un progetto europeo, e poi diventa obsoleto, mentre il monumento continua a degradarsi senza che nessuno abbia una mappa precisa del suo stato di salute.
Capita anche il contrario: HBIM tecnicamente eccellenti, ricchi di dati, che non vengono mai tradotti in strumenti accessibili al pubblico. Conoscenza preziosa chiusa in un formato che solo gli specialisti sanno leggere, senza nessun ritorno in termini di valorizzazione e comunicazione.
La sfida vera è far dialogare i due livelli. Usare la ricchezza di dati dell’HBIM come base per costruire narrazioni 3D più accurate e aggiornabili. E usare i progetti di comunicazione come occasione per raccogliere dati strutturati che alimentino la gestione del bene nel tempo.





