Il Bit del Mercoledì
Cosa ci dicono le prove di maturità 2026 sul futuro delle professioni
È la settimana degli esami di maturità. Centinaia di migliaia di studenti italiani si siedono davanti a un foglio bianco e affrontano la seconda prova scritta, quella tecnica, quella di indirizzo.
Quest’anno ho avuto modo di leggere due tracce che, messe una accanto all’altra, raccontano qualcosa di più di un semplice esame. Raccontano come l’Italia immagina il futuro di due professioni che, in teoria, dovrebbero parlarsi ogni giorno.
La traccia degli informatici
Gli studenti dell’indirizzo Informatica e Telecomunicazioni (codice A038) si trovano davanti a questo scenario: una grande società di ingegneria adotta un sistema BIM (Building Information Modeling) per gestire i propri cantieri. Devono progettare l’infrastruttura di rete che connette i cantieri alla sede centrale: tablet rugged con laser scanner 3D e sensori LiDAR, fotocamere timelapse, sensori ambientali, trasmissione di nuvole di punti, modelli parametrici tridimensionali, autenticazione remota, continuità trasmissiva, cloud vs on-premise.
Una traccia densa, moderna, connessa al presente. Il BIM non è introdotto come concetto astratto: è il cuore del problema. Gli studenti devono capire cos’è una nuvola di punti, perché genera grandi volumi di dati, come trasmetterla in sicurezza. Devono ragionare su un ecosistema digitale reale.
La traccia dei geometri
Gli studenti dell’indirizzo Costruzioni, Ambiente e Territorio (codice A028) si trovano davanti a questo scenario: un’azienda di ristorazione vuole realizzare delle aree di sosta lungo un asse stradale turistico. Il lotto è pianeggiante, circa 2.000 m². Ci vuole un edificio per bar e tavola calda, un parcheggio, un distributore di carburanti, una fascia verde sul lato Nord.
Gli elaborati richiesti: planimetria generale, piante, prospetti, sezione significativa, relazione tecnica.
Nessuna menzione di BIM. Nessuna menzione di modello digitale. Nessun accenno a IFC, a openBIM, a digital twin. Neanche una parola sul fatto che oggi quell’edificio da 300 m² viene probabilmente progettato con Revit, ArchiCAD o uno strumento equivalente e che il coordinamento tra le discipline (strutture, impianti, architettura) avviene in un ambiente federato.
Il paradosso
Intendiamoci: non c’è nulla di sbagliato nella traccia dei geometri, presa singolarmente. Progettare un’area di sosta funzionale, con attenzione ai flussi, agli spazi aperti, all’immagine architettonica, è un esercizio legittimo e formativo. Ma il confronto è impietoso.
Gli informatici, nel 2026, vengono valutati sulla loro capacità di supportare il BIM in cantiere. I costruttori, coloro che in quel cantiere ci lavorano davvero, che firmano i progetti, che coordinano le maestranze, che redigono i computi, vengono valutati con strumenti concettuali che potrebbero essere stati scritti vent’anni fa.
C’è qualcosa di profondamente ironico in questo: la tecnologia che trasforma il settore delle costruzioni entra nella scuola italiana attraverso la porta dell’informatica. Non attraverso quella di chi le costruzioni le studia per mestiere.
Perché succede?
Sarebbe semplicistico dare la colpa ai programmi ministeriali, anche se certamente riflettono una lentezza strutturale nell’aggiornamento dei curricula tecnici. Il problema è più sottile.
Il BIM e più in generale la trasformazione digitale del settore AEC (Architecture, Engineering, Construction) è ancora percepito in Italia come uno strumento informatico innestato sul processo edilizio, non come una nuova cultura del progetto. Lo studiano gli informatici perché “è roba da computer”. Lo usano, sempre più spesso, i progettisti. Ma non entra ancora nel modo in cui la scuola forma chi quei progettisti dovrà diventare.
Il rischio concreto è quello della doppia velocità: una generazione di tecnici informatici che capisce benissimo come funziona l’infrastruttura digitale del cantiere, e una generazione di costruttori che non ha mai sentito nominare una nuvola di punti durante gli anni di formazione. Poi si ritrovano a lavorare insieme e si capiscono poco.
Una nota di speranza
Va detto che qualcosa si muove. Il decreto del Ministero delle Infrastrutture che ha reso obbligatorio il BIM per gli appalti pubblici sopra soglia ha accelerato la formazione professionale post-scolastica. Molti geometri e architetti under 35 usano quotidianamente strumenti BIM. Esistono corsi, certificazioni, aggiornamenti.
Ma la scuola, la formazione di base, quella che forma la cultura tecnica di un’intera generazione, arriva dopo. Troppo dopo.





