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Il Bit del Mercoledì

L’ufficio dei fantasmi digitali: quando il collega in videochiamata non esiste davvero

Al CES 2026 la vera rivoluzione non è arrivata con il rombo di un motore futuristico, ma nel silenzio di uno schermo qualunque. Una persona rispondeva a domande complesse, gesticolava con naturalezza, faceva pause per riflettere. Tutto appariva normale, se non fosse che quella persona, in quel preciso istante, si trovava altrove. Quello in video era il suo gemello digitale, un clone generato dal software MyPersonas di IgniteTech.

Per anni abbiamo associato il concetto di “Digital Twin” all’industria pesante, immaginando copie virtuali di turbine e ponti create per prevedere guasti strutturali; ora il concetto compie un salto di specie inquietante e affascinante insieme. Si passa dal ferro alla carne: il gemello non replica più un asset fisico, ma una persona vera, assorbendone non solo le competenze tecniche, ma il timbro della voce, i tic comunicativi e quel modo unico di increspare la fronte durante un ragionamento.

Il sogno dell’ubiquità asincrona

La promessa che accompagna questa tecnologia è seducente, quasi un inno allaliberazione dal lavoro “robotico”. L’idea di fondo è che gran parte delle nostre giornate lavorative sia consumata da attività a basso valore aggiunto: rispondere sempre alle stesse domande dei nuovi assunti, partecipare a riunioni puramente informative, ripetere procedure standard. Il clone nasce per farsi carico di tutto questo fardello.

Immaginiamo un manager esperto il cui avatar digitale possa dialogare contemporaneamente con dieci colleghi in tre fusi orari diversi, spiegando la strategia aziendale in centosessanta lingue, mentre l’originale umano si dedica finalmente a un progetto creativo o strategico, totalmente indisturbato. È la realizzazione della “ubiquità asincrona”:la capacità di essere ovunque e produttivi, senza essere fisicamente presenti da nessuna parte.

Il paradosso del dipendente fantasma

Tuttavia, appena si gratta la superficie patinata del marketing, emergono domande che riguardano la natura stessa della nostra identità professionale, a partire dalla proprietà del clone. Se un’azienda paga per addestrare il gemello digitale di un dipendente, nutrendolo con anni di email, report e presentazioni aziendali,a chi appartiene quel risultato? C’è il rischio concreto di creare una scissione legale tra il lavoratore e la sua competenza.

Potremmo trovarci presto in scenari paradossali in cui un dipendente lascia l’azienda o viene licenziato, ma il suo gemello digitale, che ormai “sa” fare il lavoro perfettamente e possiede la memoria storica del ruolo, resta in ufficio a operare per conto dell’ex datore di lavoro, come un fantasma instancabile che non percepisce stipendio.

La trappola della caricatura perfetta

Esiste poi un aspetto psicologico profondo che riguarda la percezione del sé. Un algoritmo, per quanto sofisticato, lavora su base probabilistica e tende inevitabilmente a standardizzare i comportamenti. Il rischio è che il nostro clonediventi una nostra caricatura: una maschera che ripete i nostri slogan e imita la nostra voce, ma che è priva di quelle sfumature, di quei dubbi e di quella capacità di cambiare idea che ci rendono umani.

Vedere una versione di noi stessi che interagisce con gli altri, magari dicendo cose che non diremmo esattamente in quel modo o con quel tono, potrebbe generare unanuova forma di alienazione o di ansia da controllo, costringendoci a monitorare costantemente la nostra controparte virtuale.

Verso un nuovo galateo digitale

Inoltre, questa tecnologia rischia di ridisegnare i confini della fiducia tra colleghi. Il valore di un consiglio o di un feedback risiede anche nell’empatia e nel tempo che l’altro decide di dedicarci; se quel tempo viene delegato a una macchina, il tessuto sociale dell’azienda rischia di sfilacciarsi,trasformando l’ufficio in una stanza degli specchi dove tutti parlano, ma nessuno ascolta davvero.

Siamo di fronte a un bivio che non è solo tecnologico, ma antropologico. I gemelli digitali sono strumenti potenti che potrebbero restituirci il bene più prezioso, il tempo, ma per farlo senza disumanizzarci avremo bisogno di stabilire regole ferree. Il confine tra l’essere “moltiplicati” dalla tecnologia e l’essere “sostituiti” da essa è, infatti, molto più sottile dello spessore di uno schermo.