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Il Bit del Mercoledì

Alla ricerca del Wuiggiu-waggia

Domenica scorsa, durante una passeggiata nel bosco dietro casa con mia moglie e mio figlio, siamo andati a caccia delWuiggiu-waggia.

Non cercatelo su Wikipedia: è un nome inventato sul momento da mio figlio per rendere più avventuroso il sentiero. Abbiamo passato un’ora a cercarne le tracce tra le foglie e i rami. Poi siamo tornati a casa, mio figlio ha fatto il suo riposino e, al risveglio, è successo l’imprevisto:nessuno di noi ricordava più quel nome. Un vuoto totale. In novanta minuti, tre cervelli avevano completamente cancellato il termine “Wuiggiu-waggia”. In quel momento, tra il frustrato e l’ironico, mi sono chiesto: “È colpa dello smartphone? Abbiamo delegato così tanto la nostra memoria alle rubriche e a Google da non saper più trattenere un nome inventato per un’ora?”

La risposta, che emerge dalle ricerche più recenti, è rassicurante ma ci pone davanti a una trasformazione profonda:la nostra memoria non sta diminuendo, sta cambiando strategia.

Il Cognitive Offloading: l’arte di alleggerire il carico

Quello che abbiamo vissuto nel bosco è un esempio di come il nostro cervello gestisce le risorse. Gli scienziati parlano diCognitive Offloading: l’uso di strumenti esterni (che siano post-it o smartphone) per ridurre il carico sulla memoria interna.

  • Strategia, non declino: Non ricordiamo più i numeri di telefono perché sappiamo dove trovarli. Questo libera “spazio” cognitivo per altre funzioni.
  • Memoria transattiva: Proprio come in un team di lavoro ricordiamo “chi sa cosa” invece di sapere tutto noi, oggi consideriamo Google e il Cloud come una parte estesa della nostra memoria. Sappiamo dove trovare l’informazione, non necessariamente l’informazione stessa.

 

  • Strategia, non declino: Non ricordiamo più i numeri di telefono perché sappiamo dove trovarli. Questo libera “spazio” cognitivo per altre funzioni.
  • Memoria transattiva: Proprio come in un team di lavoro ricordiamo “chi sa cosa” invece di sapere tutto noi, oggi consideriamo Google e il Cloud come una parte estesa della nostra memoria. Sappiamo dove trovare l’informazione, non necessariamente l’informazione stessa.

L’effetto Google e il paradosso della fotocamera

Il lavoro diBetsy Sparrow ha confermato che, quando sappiamo che un dato sarà disponibile online, tendiamo a dimenticare il contenuto e a memorizzare meglio il “percorso” per arrivarci. Ma c’è un rischio: la distrazione ambientale.

Studi sui musei dimostrano che chi scatta foto a ogni opera ricorda meno dettagli rispetto a chi si limita a osservare. L’atto di “delegare” la memoria alla fotocamera riduce l’impegno attentivo nel momento presente. Tuttavia, nel lungo periodo, quelle stesse foto diventano “ancore” potenti per riattivare ricordi che altrimenti andrebbero perduti.

L’attenzione: la vera risorsa scarsa

Se la capacità della nostra memoria non è strutturalmente diminuita, a soffrire è però l’attenzione. La semplice presenza di uno smartphone sul tavolo — anche se spento — drena una parte della nostra capacità di concentrazione. Il multitasking costante e le notifiche rendono più fragile la “codifica” dei ricordi: se non prestiamo attenzione profonda, il ricordo non viene nemmeno scritto nel nostro “hard disk” biologico.

La conclusione arriva lunedì mattina

Il finale della storia del Wuiggiu-waggia è il più interessante. Lunedì mattina, appena sveglio, mio figlio si è girato verso mia moglie e ha detto:“Era il Wuiggiu-waggia!”.

Il suo cervello non aveva perso il dato; aveva solo bisogno di tempo, di silenzio e di una notte di sonno per recuperarlo.

La tecnologia non ci sta rendendo meno intelligenti o meno capaci di ricordare. Ci sta trasformando da “accumulatori di dati” a“gestori di sistemi”. Il segreto della nostra “parte umana” sta nel capire quando è utile delegare alla macchina e quando, invece, vale la pena spegnere tutto e lasciare che la memoria faccia il suo lavoro lento, magico e imprevedibile.