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Il Bit del Mercoledì

L'ora-uomo è finita

Scritto da Denis Mior

L’AI ce l’hanno anche loro

Partiamo dall’obiezione che demolisce il novanta per cento degli articoli scritti su questo tema.

La tesi corrente suona così: con l’intelligenza artificiale un tecnico europeo produce dieci volte tanto, quindi il divario di costo con un fornitore indiano o cinese si chiude, quindi delocalizzare non serve più. È una tesi consolante, ed è sbagliata. Un modellatore a Pune e uno sviluppatore a Shenzhen hanno accesso esattamente agli stessi strumenti, allo stesso prezzo di abbonamento, spesso con meno resistenze culturali nell’adottarli. Se l’AI è un moltiplicatore, moltiplica anche loro. Il divario di costo orario non si chiude: resta dov’era, a loro favore.

Eppure la conclusione è giusta lo stesso. Solo che il motivo è un altro, ed è più interessante.

Il conto che nessuno faceva

La delocalizzazione digitale non è mai stata un affare per il costo orario in sé. È stata un affare perché esisteva un volume enorme di lavoro ripetitivo, e quel volume era abbastanza grande da giustificare tutto ciò che gli sta intorno: il capitolato da scrivere, il brief da tradurre, le specifiche da dettagliare, i cicli di revisione, le dodici ore di fuso prima che una domanda riceva risposta, il controllo qualità sul consegnato, le rilavorazioni.

Chiamiamoli costi di transazione. Su una commessa da duecento ore di modellazione, trenta ore di coordinamento sono un sovrapprezzo accettabile: il quindici per cento, pagato per accedere a una manodopera che costa un terzo. Il conto torna.

Ora l’AI entra in scena e fa una cosa sola, ma la fa bene: non abbassa il costo orario, riduce il numero di ore. E le ore di coordinamento restano dove sono. Anzi, spesso aumentano, perché spiegare bene un lavoro complesso costa uguale che si tratti di duecento ore o di venti.

Il risultato è che l’arbitraggio si mangia da solo. Venti ore di produzione e trenta di coordinamento: il sovrapprezzo non vale più il quindici per cento, vale più della metà del conto. E la domanda che prima si accodava a un ciclo di revisione settimanale oggi la risolvi in dieci minuti, perché hai il modello aperto davanti e la risposta te la costruisci mentre parli.

Non è l’Europa che ha battuto l’India. È il lavoro che si è ristretto sotto la soglia in cui delegarlo lontano aveva senso.

Dove è dieci volte e dove non lo è

Qui va detta una cosa impopolare, perché è quella che rende il ragionamento verificabile invece che entusiasta.

Il dieci per uno non esiste in modo uniforme. Sullo sviluppo di parti della nostra piattaforma software abbiamo misurato una riduzione delle ore fra il trenta e il cinquanta per cento. È tantissimo, su un anno di lavoro è una persona intera, ma non è un ordine di grandezza. Sul lavoro complesso e integrato, dove ogni scelta ne vincola altre dieci, l’AI accelera parecchio, ma non fa miracoli.

Il salto grosso sta altrove: nella produzione standardizzata. Popolare parametri su centinaia di tipi. Generare varianti di famiglie parametriche partendo da un abaco. Estrarre dati strutturati da documentazione tecnica che strutturata non è. Costruire l’impalcatura di un programma e tutto il codice di servizio che si ripete uguale ogni volta. Scrivere il primo abbozzo di qualunque cosa. Lì il fattore è molto più alto, e la qualità è controllabile perché l’esito si verifica a colpo d’occhio.

Ed è esattamente questo il lavoro che veniva delegato all’estero. Non la strategia digitale: la produzione. Chi ha costruito un’azienda vendendo produzione ha un problema strutturale. Chi vende ciò che le sta intorno (la decisione progettuale, il coordinamento fra discipline, il sopralluogo, la firma) non ce l’ha.

Quello che non era mai stato delegabile, e adesso pesa

C’è poi uno strato che non è mai stato esportabile, a prescindere dall’AI.

La normativa italiana ed europea. I capitolati informativi scritti in italiano e negoziati in italiano. La responsabilità professionale di chi firma, che è una persona fisica iscritta a un albo, raggiungibile e assicurata. Il GDPR e la sovranità del dato, che sulle commesse pubbliche non è un dettaglio contrattuale ma un requisito di ammissibilità. La possibilità di salire su un ponteggio martedì mattina perché il modello non torna con quello che c’è in cantiere.

Tutto questo pesava anche dieci anni fa. Solo che dall’altra parte c’era un prezzo abbastanza basso da renderlo un fastidio accettabile. L’AI non ha creato questo vantaggio: ha tolto l’unica cosa che lo compensava.

Il vero perdente non è geografico

E qui il discorso diventa scomodo anche per noi, ed è giusto che lo diventi.

Se l’argomento regge, non è un argomento contro l’India. È un argomento contro un modello di contratto: la vendita di ore ripetitive in economia, dove il fornitore viene pagato per quanto tempo impiega invece che per quanto valore consegna. Quel modello è in difficoltà ovunque venga firmato: a Bangalore, a Bucarest e nello studio di provincia che vende ore di disegno.

Un committente che oggi guarda un preventivo dovrebbe farsi una domanda sola, e non riguarda la nazionalità del fornitore: questo prezzo è la somma di ore di produzione, o il prezzo di un risultato? Se è la prima, sta comprando qualcosa il cui costo di produzione sta scendendo sotto i suoi piedi, e lo sta pagando ai valori dell’anno scorso. Se è la seconda, sta comprando giudizio, e il giudizio non ha ancora trovato un modo per costare meno.