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Il Bit del Mercoledì

Più connessi globalmente, ma isolati localmente

Vivo in un paese di meno di 5.000 abitanti. È una di quelle realtà dove tutti si conoscono e dove il tessuto sociale è tenuto in piedi dalla buona volontà delle persone. Da anni faccio parte dell’associazione locale: organizziamo feste, incontri, sagre. Siamo il motore silenzioso della comunità.

Come ogni anno, alla fine di dicembre, tiro le fila di tutto l’anno e nella sfera associativa mi sono ritrovato nella condizione dell’anno scorso: ladifficoltà a trovare nuovi volontari, specialmente giovani. Nel 2026 festeggeremo i 40 anni dell’associazione. Parlando con i “vecchi” volontari, quelli che c’erano all’inizio, emerge un quadro malinconico: un tempo la partecipazione era quasi un automatismo, un dovere civico sentito da tutto il paese. Oggi è l’eccezione.

Cosa è cambiato? Per deformazione professionale, il mio pensiero è andato subito alla tecnologia. Viviamo in un mondo dove il web è prepotente. Maè davvero colpa degli smartphone se nessuno vuole più montare gli stand per la sagra? Ho voluto analizzare i dati. E la risposta è sì, ma è molto più complessa di quanto pensiamo.

Il dato shock: abbiamo perso un esercito

Non è solo una sensazione. I numeri dipingono unacrisi strutturale del “fare comunità” in Italia:

  • L’Esodo del Volontariato: Tra il 2015 e il 2021, l’Italia ha perso 867.000 volontari. Il tasso di partecipazione al volontariato organizzato è sceso dal 7,9% (2013) al 6,2% (2023).
  • Il Crollo Giovanile: Nella fascia 15-24 anni, la partecipazione si è praticamente dimezzata in dieci anni.
  • L’Onnipresenza Digitale: Nel 2025, il 73% degli italiani (43 milioni) è sui social media, passandoci in media 1 ora e 48 minuti al giorno.

 

  • L’Esodo del Volontariato: Tra il 2015 e il 2021, l’Italia ha perso 867.000 volontari. Il tasso di partecipazione al volontariato organizzato è sceso dal 7,9% (2013) al 6,2% (2023).
  • Il Crollo Giovanile: Nella fascia 15-24 anni, la partecipazione si è praticamente dimezzata in dieci anni.
  • L’Onnipresenza Digitale: Nel 2025, il 73% degli italiani (43 milioni) è sui social media, passandoci in media 1 ora e 48 minuti al giorno.

C’è una correlazione temporale innegabile: ilpunto di rottura si colloca tra il 2013 e il 2015, esattamente quando Facebook e Instagram hanno raggiunto la massa critica di penetrazione nel nostro Paese.

Ma cosa sta succedendo davvero? Ecco le5 ipotesi che spiegano perché le sedi delle associazioni sono vuote.

Le 5 ipotesi

1. La matematica del tempo (sostituzione temporale)

È una questione di risorse finite. La nostra giornata ha 24 ore. Tolte 8 ore di lavoro, 8 di sonno e quelle per famiglia e spostamenti,il “tempo libero” è poco. Se passiamo quasi 2 ore al giorno sui social, quel tempo viene sottratto a qualcos’altro. La riunione settimanale dell’associazione non è più competitiva. Lo sport, che sembrava intoccabile, ha perso 1,3 milioni di tesserati dopo la pandemia, confermando che il tempo online “mangia” il tempo fisico.

2. Illusione di appartenenza: globale vs locale

Un ragazzo oggi non ha bisogno del circolo del paese per sentirsi parte di qualcosa. Online trova comunità di nicchia (vegani, attivisti per il clima, appassionati di anime) con decine di migliaia di membri. Si sente parte di una comunitàglobale, ma vive un isolamento locale. I dati mostrano che i giovani si attivano moltissimo per cause globali (petizioni online, Fridays for Future), ma ignorano le istituzioni sotto casa.

3. La crisi della gerarchia

Le associazioni paesane spesso soffrono di una gestione “vecchio stampo”: gli stessi nomi al comando dal 1995,gerarchie rigide, processi decisionali lenti. I giovani, abituati all’orizzontalità del web (dove su Telegram o Discord tutti valgono uguale), rifiutano questa struttura. Non rifiutano la solidarietà – il volontariato “spontaneo” cala meno di quello organizzato – rifiutano la burocrazia dell’istituzione.

4. La cittadinanza fantasma

Forse la partecipazione non è morta, si è solo spostata dovel’ISTAT non la vede. Gruppi WhatsApp di vicinato, pagine Facebook per il decoro urbano, attivismo su TikTok per salvare il campo sportivo. Questa è “cittadinanza informale“. Esiste, è attiva, ma non riempie le sedie delle riunioni ufficiali.

5. La frattura post-pandemia

Il Covid ha dato il colpo di grazia. Nel 2020-2021 il rituale fisico della riunione si è spezzato. Zoom è diventato la norma. Quando l’emergenza è finita, l’abitudine di uscire di casa il martedì sera per l’associazione non è tornata.

Un futuro senza eredi?

Il quadro demografico è allarmante. La fascia65+ mantiene le abitudini e tiene in piedi le baracche, ma il ricambio generazionale è rotto. Abbiamo leader di 70 anni senza successori. Mentre le associazioni “radicate” (parrocchie, sport, sanità) crollano, crescono solo quelle legate all’ambiente e ai diritti civili, spesso slegate dal territorio fisico.

Conclusioni: adattarsi o sparire

La mia osservazione iniziale non era nostalgia, era il sintomo di un’epidemia nazionale.Nel 2000, l’associazione paesana era l’unica “piazza” (sociale e di intrattenimento) disponibile. Nel 2025, quella piazza è stata rimpiazzata da un feed infinito.

La domanda che dobbiamo farci non è “Come riportiamo i giovani indietro al 1990?”. La domanda è:“Come adattiamo l’associazione a persone che vivono metà online e metà offline?”

Forse la riunione settimanale di due ore va abolita. Forse serve un canale Telegram per l’operatività e un evento mensile ibrido per la socialità. Dobbiamo accettare chela tecnologia ci unisce globalmente, ma rischia di dividerci localmente. Sta a noi ricostruire quel ponte, prima che l’ultimo volontario spenga la luce.