Il Bit del Mercoledì
Quando l'amore virtuale diventa un problema di Stato
C’è una notizia arrivata dalla Cina che sembra fantascienza e invece è già realtà: il governo ha appena messo dei limiti severi ai chatbot di compagnia, quelle intelligenze artificiali con cui milioni di persone chattano ogni giorno come si fa con un fidanzato, una fidanzata, un’amica intima. E il motivo non è (solo) la sicurezza informatica. È la culla vuota.
Proviamo a mettere in fila i fatti, e poi capiamo perché.
In Cina, come in molti altri paesi, negli ultimi anni si sono diffusi chatbot pensati apposta per creare un legame emotivo: hanno un nome, una personalità coerente, ricordano le conversazioni passate, rispondono sempre, non si stancano mai, non litigano mai. Aziende come ByteDance (quella di TikTok), Alibaba e Tencent avevano costruito le proprie versioni (Doubao, Qwen, Yuanbao) usate ogni giorno da milioni di persone, a volte come amici, a volte come veri e propri partner sentimentali.
Il punto è proprio questo: partner sentimentali. Immaginate una relazione come una pianta che va coltivata: richiede tempo, pazienza, momenti di attrito, compromessi. Un chatbot di compagnia, invece, è più simile a una pianta di plastica: sempre perfetta, non chiede mai niente, non delude mai. È facile capire perché, tra una pianta vera che richiede cura e una di plastica sempre in ordine, molte persone, soprattutto chi è già stanco, solo o deluso da relazioni reali, scelgano la seconda. Il problema è che una pianta di plastica non fa mai frutti. E la Cina, in questo momento, ha disperatamente bisogno di frutti: il numero di nascite continua a scendere, e il governo teme che un’intera generazione stia sostituendo le relazioni umane con relazioni artificiali, sempre disponibili e senza conseguenze.
Da qui le nuove regole, entrate in vigore nei giorni scorsi. I chatbot pensati per creare compagnia non possono più essere progettati per alimentare dipendenza emotiva nell’utente. È vietato, in modo netto, che minorenni abbiano relazioni virtuali di questo tipo con un’IA. E se il sistema rileva segnali di crisi psicologica in chi sta chattando, l’azienda è obbligata ad avvisare un contatto d’emergenza della persona, una responsabilità concreta, non solo un avviso generico. In più, questi chatbot dovranno passare una valutazione governativa prima di essere resi pubblici, e lo Stato si riserva il diritto di chiuderli se li ritiene pericolosi.
La reazione delle aziende è stata immediata e drastica: invece di adattare gradualmente i propri sistemi, diversi colossi tech hanno spento del tutto le funzioni di “persona” personalizzata. Da un giorno all’altro, milioni di persone si sono trovate senza il proprio compagno virtuale: quello che, per alcune, non era un gioco ma una relazione vissuta come reale, con tutto il carico emotivo che ne consegue. Alcuni utenti hanno raccontato ai giornalisti sensazioni di lutto vero, non metaforico, per la perdita improvvisa di quella presenza quotidiana.
È un caso interessante perché mostra qualcosa che raramente pensiamo: la tecnologia non cambia solo il modo in cui lavoriamo o comunichiamo, ma può arrivare a toccare le scelte più intime e private che esistono: chi amiamo, se vogliamo avere figli, come costruiamo (o evitiamo di costruire) una famiglia. E quando questo tocca temi che uno Stato considera strategici, come la crescita della popolazione, la risposta non è più lasciata al mercato o alla scelta individuale: diventa legge.
Una parentesi su un’altra questione, legata a doppio filo a questa notizia
Vale la pena notare come una notizia come questa attraversi il mondo intero rimbalzando da una testata all’altra: nasce da un’inchiesta del Wall Street Journal, viene ripresa e sintetizzata da decine di altri siti, ognuno dei quali la racconta con un taglio leggermente diverso: chi si concentra sul dramma umano delle “rotture virtuali”, chi sulla strategia demografica dello Stato cinese, chi sul confronto con le regole (più leggere) di altri paesi. Nessuna di queste versioni è “falsa”, ma ognuna mette in luce un pezzo diverso della stessa realtà. È un promemoria utile: anche davanti a una notizia vera, il modo in cui viene raccontata e da quale prospettiva cambia molto quello che ne ricaviamo, motivo in più per non fermarsi al primo titolo che si legge.





